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Aldo Moro – Il meno implicato

lucciole

“Nella fase di transizione – ossia durante la scomparsa delle lucciole – gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state organizzate dal ’69 a oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere”

“Il vuoto del potere” – ovvero l’articolo delle lucciole – Pier Paolo Pasolini 01 febbraio 1975

“E come se, dentro al Palazzo, tre anni dopo la pubblicazione sul <Corriere della Sera> di questo articolo di Pasolini, soltanto Aldo Moro continuasse ad aggirarsi: in quelle stanze già sgomberate. Già gomberate per occuparne altre ritenute più sicure: in un nuovo e più vasto Palazzo. E più sicure, s’intende, pe ri peggiori. “Il meno implicato di tutti”, dunque. In ritardo e solo: e aveva creduto di essere una guida. In ritardo e solo appunto perché “il meno implicato di tutti” destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni”

“L’Affaire Moro” – Leonardo Sciacia 1994

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Risposta di Pier Paolo Pasolini a Italo Calvino – 8 luglio 1974

<<Che degli altri abbiano fatto finta di non capire è naturale. Ma mi meraviglio che non abbia voluto capire tu (…) Io rimpiangere l’Italietta? Ma allora tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderón, non hai letto una sola riga dei miei romanzi (…) Perché tutto ciò che io ho fatto e sono, esclude per sua natura che io possa rimpiangere l’italietta>>

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– Da Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino, in Scritti Corsari, apparso già in Paese Sera come “Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini, quello che rimpiango”

L’inchiesta avocata a Donadio sulle stragi Falcone-Borsellino e il Protocollo Fantasma

di Simona Zecchi

Se tutti i giorni del primo dell’anno fossero illuminanti come questo sarebbe sempre un bel giorno per il giornalismo.

Questo pensiero, da puro apripista per un post di un blog personale, può sembrare poco modesto ma in realtà è una provocazione perché le vicende che hanno percorso quasi tutto l’anno appena trascorso, riguardanti  l’inchiesta del titolo e il cosiddetto processo sulla trattativa stato-mafia hanno spesso rasentato l’onta del ridicolo e del puro depistaggio. E’ una provocazione anche verso giornalismo mainstream  di oggi spesso poco incline al ragionamento e al collegamento dei fatti perchè scomodo oppure troppo  fuori dai “canoni di pubblicazione”.

I Fatti dell’Anno. Vediamo un pò:  ad inizio anno, l’erede di un fantasma di un’epoca che fu (e che sembra mai tramontare) si rifà vivo: il Corvo. Una prima lettera anonima inviata all’attenzione del Pm Di Matteo lo avvisa che è monitorato da alcuni ‘uomini delle istituzioni’. Ne seguiranno altre nel corso dell’anno. Sembra però un altro tipo di “corvo”, non un alimentatore di veleni tra le procure, ma forse un investigatore che non ha mai accettato le logiche annebbiate di certi processi e certe indagini le quali spesso rimangono appese a un limbo infinito oppure finiscono in assurde archiviazioni;  il fantomatico scoop sulla ricomparsa dell’agenda rossa che in realtà era una parte di  parasole rossa che emergeva tra i resti fumanti di una delle auto blindate del magistrato Paolo Borsellino (La Repubblica maggio 2013); le varie diatribe durante le indagini preliminari per il processo sulla trattativa, via via proseguendo con gli arresti in merito alle indagini sulla strage di Capaci che sembravano suggellare la sola mano mafiosa nell’attentato (secondo anche le dichiarazioni della procura di Caltanissetta) assunzione che  poi invece fu smentita con la stessa inclusione nel registro degli indagati di “faccia da mostro” un ex poliziotto ormai in pensione il cui soprannome di tanto in tanto compariva nei vari filamenti dei misteri cuciti addosso allo Stivale (dalla protezione a Ciancimino Sr. alle morti dei due agenti Emanuele  Piazza e Nino Agostino). Faccia da mostro ora ha anche un nome Giovanni Aiello, che il padre di uno degli agenti morti (Vincenzo Agostino) avrebbe riconosciuto come colui che comparve per cercare il figlio, quando non in casa, pochi giorni prima della sua morte. La sua e quella della moglie in cinta. In mezzo a tutto questo, l’improvvisa avocazione al Pm Gianfranco Donadio dell’inchiesta sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio, che già nel lontano ’93 e su mandato dell’allora PNA Grasso, stava svolgendo un’inchiesta solitaria e parallela. E poi: la scomparsa del collaboratore di giustizia Nino Lo Giudice a cui sono  succeduti nell’ordine: due memoriali e un nuovo arresto. Memoriali che sancivano la piena ritrattazione dell’ex pentito sulle precedenti dichiarazioni, le quali puntavano le accuse su una parte della magistratura antimafia ma soprattutto su Donadio. C’è un altro collaboratore ad oggi ritenuto affidabile   da ben 9 procure nazionali più una straniera (checché ne dica Nando dalla Chiesa che lo ha attaccato in ben due articoli- uno suo sul “Fatto Quotidiano” e un altro in cui era intervistato dal sito Stampo Mafioso): Luigi Bonaventura. Bonaventura sin dal 2007 collabora con i magistrati e svela crimini e misfatti anche politici che aveva raccontato prima ai giudici e poi ai media, così come  la “tecnica di avvicinamento” di soggetti appartenenti alla ndrangheta (e non solo) per indurre i “buoni” collaboratori a ritrattare, nonché il “programma” sui falsi pentiti. Bonaventura ha ricostruito con la sottoscritta in un articolo per Antimafia Duemila (qui)  , quello che può succedere a un collaboratore che vuole fare solo il suo dovere mentre è sotto il programma di protezione.

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(nella foto Luigi Bonaventura)

Le conseguenze. E di nuovo come contorno a tutto questo restano le conseguenze che non sono entusiasmanti: l’inchiesta di Donadio su eversione- nera-mafia e istituzioni come concorrenti tutti  nelle stragi di 20 anni fa, sfuma per sempre; la guerra tra procure se possibile diventa ancora più aspra, i giochi di potere e di complotto interni alle stesse non si fermano mai, le intercettazioni fra l’ex Ministro Mancino e il due volte Presidente della Repubblica Napolitano vengono distrutte come conseguenza del conflitto di attribuzione da lui stesso sollevato l’anno precedente (dimostrando cosi che qualcosa da nascondere l’avesse quanto meno, come controcanto alle sue continue chiamate a svelare tutte le verità della nostra storia…). Intanto l’avvocato Rosario Pio Cattafi personaggio che vive, stando alle indagini e alle accuse nella requisitoria, fra eversione nera, istituzioni più o meno deviate e massoneria, viene condannato proprio a fine anno 2013 nel processo “Gotha3”  con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Insomma non è un bell’anno né per l’antimafia (che tra l’altro si lascia “sfuggire” la possibilità di catturare Matteo Messina Denaro ma non era certo la prima volta: da Nitto Santapaola passando per Riina e Provenzano, la storia continua a ripetersi)  né tanto meno per la mafia militare: tra sequestri di beni per milioni di euro, condanne e arresti a iosa. E’ tempo di riorganizzazioni e di intese.

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Le inchieste. Poi proprio in questi giorni esce un libro di Walter Molino (giornalista di “Servizio Pubblico”): “Protocollo fantasma – Dossier silenzi e segreti di stato: strategia della tensione al tempo delle larghe intese” (Il Saggiatore, 2013) che non è l’unico sulla questione (il documento segreto ma conosciuto ormai da tutti su uno speciale protocollo fra DAP e Servizi segreti dal quale sono esclusi gli organi inquirenti ufficiali alias la magistratura): nel 2012 infatti la seconda edizione del libro di Maurizio Torrealta e Giorgio Mottola “Processo allo Stato” (Bur edizioni, novembre 2012) ne parla ampiamente. Ma il libro di Molino fa un altro lavoro (direi ottimo, a parte qualche licenza da romanziere in alcune parti: ma si sa alcune cose possono essere a volte solo raccontate come “fiction”) di collegamento fra tale documento e alcuni fatti che hanno lastricato le vie dei misteri italiani sulle vicende di mafia e non solo: dalla gestione della cattura di Provenzano, preceduta dalla vicenda Macrì-Cisterna-Vigna-Grasso e la prima tentata resa di zio Binnu nel 2003 (o asta al miglior offerente visto che lo Stato anche per ragioni politiche era pronto a pagare un mediatore 2 milioni di euro per farlo suo  dopo quasi 40 anni, allora, di fuga protetta o latitanza), fino appunto alla sempiterna trattativa stato mafia che in fondo include tutte queste vicende, sono parti di un tutto. All’interno anche una ricostruzione della vicenda della fuga di Lo Giudice  e l’inchiesta avocata a Donadio. Sono esposizioni di fatti e in questa parte Molino non collega apertamente l’esistenza del protocollo con la gestione del Lo Giudice. Però se è lecito ancora ragionare mi ha appunto illuminato su un punto cui sono giunta avendo seguito tutto e avendo parlato del doppio livello e di doppio commando nelle stragi di capaci (soprattutto) e Via D’Amelio partendo da Portella della Ginestra in un’intervista a Stefania Limiti sul libro uscito ad Aprile di  quest’anno: “Doppio Livello –  come si organizza la destabilizzazione in Italia” (Chiarelettere, 2013). Libro quindi che già prima di Molino e in maniera storico-giudiziaria dimostra come certe operazioni “sotto falsa bandiera” possano aver contribuito a cambiare gli eventi del nostro paese attraverso stragi depistaggi et similia. Alla presentazione del libro c’era per la prima volta il magistrato Donadio che pur non rilasciando specifiche dichiarazioni con la sua presenza ha firmato la sua esposizione (legittima perché comunque titolare di un’indagine e non lesiva di alcuna rilevazione d’ufficio). Il magistrato come spiego bene in quell’articolo aveva già parlato dell’inchiesta  in occasione di un’intervista per Rainews24 il 17 maggio 2012 ed era quanto meno evidente che l’inquirente non avesse molti amici a sostenerlo in questo lavoro. (Prova ne fu la fuga di notizie sulla sua relazione alla DNA con novità che riguardavano faccia da mostro soprattutto. Fuga di notizie perpetrata da due giornali “Il Sole24” e “L’Ora della Calabria” il 12 settembre scorso. Dei due giornali solo quest’ultimo tuttavia ha subito perquisizioni e indagini dalla Procura). Ma torniamo al Lo Giudice: la domanda, dopo quella fuga di notizie e prima ancora  con la fuga “fisica” dell’ex collaboratore, come dire… sorgeva spontanea: cosa poteva mai sapere un boss non di grande calibro (ma vicino ai Pelle-De Stefano) con la trattativa stato-mafia? Donadio lo aveva interrogato in merito proprio per la sua inchiesta, probabilmente perché il più “fresco” tra i collaboratori, che però come adombra un pò Molino pare che avesse iniziato già a collaborare in maniera non ufficiale prima. Fresco e quindi eventualmente più al corrente degli ultimi sviluppi e di qualche confidenza legata a fatti che tarvalicano i meri crimini della “mamma”. Vediamo cosa prevede questo benedetto Protocollo fantasma nel dettaglio? Scrive Molino:<< (…) cosiddetto Protocollo fantasma, un accordo vincolato dal segreto di Stato tra il Dap e l’ex Sisde per la gestione dei più importanti e pericolosi detenuti in regime di massima sicurezza. Un circuito informativo parallelo che ha consegnato di fatto le carceri ai servizi, tagliando completamente fuori la magistratura.>> Di questo protocollo, come continua Molino, sappiamo tutto (“interrogazioni parlamentari e inchieste giornalistiche”) ma nessuno lo ha mai visto, appunto  un protocollo fantasma ma operativo. Nel libro i protocolli sono due: uno riferito al dossier ricevuto dai magistrati della procura di Palermo dal “Corvo2”, l’altro quello specifico stilato e approvato da membri interni al Dap e istituzioni sulla gestione di detenuti importanti che ha anche un nome “leggero”, quello di farfalla. La farfalla si posa e non lascia tracce, mai nome fu più azzeccato.

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(nella foto Gianfranco Donadio)

Conclusioni. Lo Giudice viene arrestato nel 2010 e dopo pochi giorni si pente, come scrive giustamente Molino ricostruendo la sua storia dopo l’arresto. Cosa gli succede a un certo punto dopo che alcuni fatti da lui dichiarati erano stati riscontrati dalle indagini? Chi subentra e manipola “tagliando completamente fuori la magistratura” fino al punto da non sapere che già collaborasse (e in che modo poi?), fino a sporcare i lembi di chi indaga su infiltrazioni e doppi livelli? Che il protocollo sia ancora utilizzato?

Una piccola illuminazione quest’ultima in un giorno che accende l’anno che verrà: in cui non mancheranno nuovi corvi, nuovi depistaggi e clamorosi “scoop” o notizie sottratte agli inquirenti senza però mai avvicinarsi alla verità. C’è rimasto solo il ragionamento (e su un blog personale, un giornale per carità…!).

Pasolini, l’ombra dei picchiatori fascisti – Pino Pelosi ricostruisce la notte dell’omicidio del poeta. E conferma la presenza all’idroscalo di Ostia di almeno altre sei persone oltre a lui

Articolo pubblicato su Il Manifesto il 6/12/13 (versione cartacea)

di Simona Zecchi – Martina Di Matteo

Centoventi testimoni sentiti, 19 nuovi profili genetici e nuove intercettazioni. Sono le novità che sarebbero emerse nelle indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Nell’intervista che segue, Pino Pelosi sviscera alcuni nuovi dettagli che gettano una luce diversa su motivazione e ambiente in cui sarebbe maturato il delitto, esortando gli inquirenti a cercare anche tra la cerchia di persone più vicine a Pasolini, nella borgata. Pelosi punta poi il dito su quanti tra politici, familiari e amici sanno la verità o sanno dove cercare ma non si impegnano. La notte del 2 novembre 1975 ancora non svela il volto in chiaro degli assassini ed eventuali mandanti.

Le indagini stanno andando avanti: cosa ne pensi di ciò che è appena uscito? Pelosi ride beffardo: Spero che approdino davvero a qualcosa, io ho già fatto i nomi dei Borsellino al tempo, gli altri 4 non li conoscevo, era notte e non si vedeva nulla

Pino, tu avevi indicato delle persone presenti quella notte, un numero preciso. Oltre a te, altri 6: i Borsellino, due picchiatori insieme all’uomo con la barba, un uomo nella seconda macchina (nel 2010 un nuovo testimone Silvio Parrello rivelò della presenza di una seconda macchina e l’identità dell’uomo che l’avrebbe guidata). L’uomo con la barba ti avrebbe minacciato. Durante la prima intervista, dopo 30 anni di silenzio, avevi dichiarato che l’uomo avesse un accento siciliano. Elemento che non hai più ritrattato. Confermi?

Lo avevo detto per depistare, era italiano, basta.

Gli altri due erano romani? I Borsellino, di cui tu hai già parlato erano vicini al circolo Msi del Tiburtino. Anche i due picchiatori facevano parte dello stesso ambiente? Si, poteva essere.

Nel 2011 hai rilasciato alcune dichiarazioni a Valter Veltroni in cui asserivi che la tua prima deposizione ti fosse stata imbeccata. È così? Confermo di essere stato minacciato dall’uomo con la barba, che mi ha gettato l’anello sul posto e mi ha detto di inventarmi la versione. In carcere poi mi venivano a trovare per dirmi di continuare così.

Avevi 17 anni, come hai fatto ad avere sempre la lucidità per mantenere la stessa versione ogni volta? Ero un ragazzino: a vivere nel terrore rimani lucido, freddo e concentrato a non sbagliare.

Quando hai ricevuto in carcere il famoso telegramma che indicava Rocco Mangia come nuovo difensore da nominare, hai mai pensato che avessero proposto denaro ai tuoi genitori? E come facevano a conoscere Francesco Salomone (l’allora giornalista de «Il Tempo», tessera P2 nr. 1911- Ansa 21/05/1981, che aveva indicato ai genitori di Pelosi di assumere Rocco Mangia come avvocato, (ndr)? A me non piacciono queste associazioni con quel mondo. Dicevano che Rocco mangia era l’avvocato degli assassini del Circeo e dei fascisti.

Certo, ma quello era in buona parte il mondo da cui proveniva la manovalanza. Si ma io non c’entro niente con quel mondo.

L’uomo con la barba è vivo? (ride) Gli altri due, sono morti? I due picchiatori? Non li ho visti bene ma erano più giovani del “barbone” che all’epoca aveva 40 anni. Quell’uomo era più importante dei picchiatori, gestiva tutto. Certo potrebbe appartenere all’altro livello.

Non lo conosci o hai paura? Non so nulla. Però mi chiedo perché non interrogano anche tra le passate conoscenze dello scrittore, Ninetto davoli: perché ha fatto rottamare la macchina che Pasolini gli aveva lasciato? Perché non glielo chiedono? La macchina di pasolini poteva essere ulteriormente analizzata.

Se, come hai detto, il sangue sul tettuccio della macchina (lasciata poi incustodita dall’autorità giudiziaria, ndr), sangue lavato via dalla pioggia, era di Pasolini, cos’altro potevano trovare in quella macchina, oltre ai reperti rinvenuti e oggi sotto esame? Sotto il sedile

Cosa poteva esserci sotto il sedile? Non lo so. Sotto il sedile.. niente…

Cosa c’era? Ma l’accendino mio l’hanno trovato?

E’ importante questo accendino? Può essere importante come l’anello. Dov’è, chi l’ha preso? E’ sparito.

Ricostruiamo quella notte: tu eri davvero al ristorante con lui quella sera o eri già all’Idroscalo? No io ero con lui e con lui sono andato all’idroscalo

Vincenzo Panzironi proprietario de «Il Biondo Tevere» fece una tua descrizione che però non sembra corrisponderti (biondo, con i capelli lunghi fino al collo nda) Può darsi che Panzironi abbia fatto confusione con i giorni: il giorno prima Pasolini era in compagnia di un biondo.

Dove ti hanno fermato i carabinieri quella notte? Non mi hanno arrestato davanti alla fontanella di Piazza Gasparri ma davanti al locale Tibidabo”

Sei scappato da solo su quella macchina?

Chi era l’uomo che guidava la seconda macchina? Non lo so. Non si vedeva da qui a tre metri. Ho visto invece bene in faccia l’uomo con la barba, assomigliava all’ispettore Camilli della foto (riferimento alla foto de Il Tempo del 4 dicembre 2013, ndr)

Dici di non conoscere i due picchiatori ma hai fatto i nomi dei fratelli Borsellino quando erano già morti, sarà così anche per i due picchiatori? Non dirò mai nulla. I Borsellino quando sono andati via: prima o dopo di te?

Non li vedevo perché erano lontani, non so nemmeno se hanno partecipato anche loro al pestaggio. Ma sono arrivati dopo, con la moto.

Riprende poi dal mazzo dei ricordi: <<Un massacro orrendo che ho potuto rivivere interamente solo durante le riprese del film di Federico Bruno, (film diretto e prodotto da Bruno: «Pasolini. La Verità nascosta») Mi ha fatto impressione vedere Alberto (Testone l’attore che interpreta il poeta e saggista, con tutto il sangue addosso… Quella sera gridava mamma mi stanno ammazzando.

Perché eravate lì? Per recuperare le pizze del film: Pasolini ci teneva molto, erano gli originali e voleva proprio quelle.

Chi ti ha detto che era per le bobine l’incontro? I Borsellino. E a loro chi lo ha detto? Non lo so, quando fai certe cose non chiedi niente. Dovevo guadagnare due lire per portarlo lì ma non sapevo cosa sarebbe successo dopo, non sapevo dell’agguato. I suoi amici lo hanno usato, come Citti, l’ho scritto nel mio libro («Io so… come hanno ucciso Pasolini. – Storia di un’amicizia e di un omicidio», Vertigo 2011).

Non lo avete usato un po’ tutti lì in borgata? No, io c’ho solo rimesso famiglia, vita tutto.

In una recente intervista hai fatto riferimento a un uomo politico dicendo: «chi indaga dovrebbe andare a citofonare a certe persone, come a casa di quel politico lì… quello famoso». Un politico del presente o del passato? Una dichiarazione mal interpretata non mi riferivo a un politico in particolare. Anche se fosse così non lo direi, non dirò più nulla. Poi il riferimento era se mai a tutta quella classe politica a lui vicina che non si muove davvero per scoprire chi lo ammazzò.

Chi sono gli intoccabili di cui parli più volte? Qualcuno è morto qualcuno è vivo

Secondo la tua esperienza, per com’erano le cose in quegli anni, cosa significava pestare quasi a morte qualcuno? Una punizione, una tortura… forse per qualcosa che lui aveva scritto sui giornali causando danni a qualcuno. Bisognerebbe capire chi c’era oltre, qual era l’altro livello.

Le verità sulla morte di Pasolini sul nuovo numero de “I quaderni de L’Ora”

Le verità sulla morte di Pasolini sul nuovo numero de “I quaderni de L’Ora”

di Giorgia Cardinaletti pubblicato su Il Messaggero on line il 16/02/13

Tra gli autori degli undici capitoli del libro, Walter Veltroni, Gianni Borgna (ex assessore alla Cultura del comune di Roma), Carla Benedetti, docente di Letteratura italiana contemporanea dell’Università di Pisa

ROMA – La verità sulla morte di Pasolini. È questo l’obiettivo del nuovo numero de “I Quaderni de L’Ora” (editrice la Palma), rivista di approfondimento che riunisce tanti dei giornalisti dello storico quotidiano di Palermo “L’Ora”, dedicato interamente alla morte dell’intellettuale.

«La nostra è un’avventura editoriale – spiega Giuseppe Lo Bianco, direttore della rivista – in cui abbiamo voluto fare il punto delle indagini, raccogliere le esperienze di autori e colleghi che si sono occupati del caso con l’obiettivo di offrire un contributo di idee e di connessioni logiche volte alla scoperta della verità».

Cosa c’entra l’omicidio Pasolini con la morte di Mattei e del giornalista de “L’Ora” Mauro De Mauro? Chi era Graziano Verzotto e perché la sua figura è centrale nell’inchiesta? Cosa è successo davvero quella notte fra il 1 e il 2 novembre del 1975 quando il corpo di Pier Paolo Pasolini fu trovato in una pozza di polvere e sangue all’Idroscalo di Ostia? Walter Veltroni, Gianni Borgna, ex assessore alla Cultura del comune di Roma, Carla Benedetti, docente di Letteratura italiana contemporanea dell’Università di Pisa, lo storico Giuseppe Casarrubea, i giornalisti Walter Rizzo, Rita Di Giovacchino, Giuseppe Pipitone Mario Dondero, Martina Di Matteo, Simona Zecchi. E ancora Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, autori di “Profondo Nero” (Chiarelettere 2009) nel quale si delinea un filo unico tra la scomparsa di De Mauro, Mattei e Pasolini.

Questi gli autori degli undici capitoli del quaderno monografico “Pasolini profondo nero”. Quella di Zecchi e Di Matteo è un’inchiesta inedita: «Abbiamo scoperto – spiega Zecchi – che esiste una parte di incartamenti mai fatti rinvenire prima nascosti in stanze segrete i quali ricondurrebbero alla nostra pista: ossia l’esistenza di un’altra auto sul luogo del delitto quella notte e quindi la conferma che a uccidere Pasolini non fu un minorenne ma un gruppo folto di persone organizzate».

A commentare l’ottavo numero della rivista, durante la presentazione alla libreria Notebook dell’Auditorium Parco della Musica, anche Andrea Purgatori, giornalista e sceneggiatore, autore del soggetto de “Il muro di gomma”, film di Marco Risi sulla strage di Ustica. «Dopo l’omicidio di Pasolini sono andato a parlare con gli amici di Pelosi – racconta – e ho costruito un documentario-inchiesta sul materiale trovato. Ricostruire la verità significa fare l’operazione contraria rispetto a chi cerca di slegare gli elementi limitando, così facendo, il peso delle responsabilità».

Presente in sala anche Stefano Maccioni, avvocato di Guido Mazzon, cugino di Pasolini. È stato lui insieme alla criminologa Simona Ruffini (entrambi autori, insieme a Walter Rizzo, di “Nessuna pietà per Pasolini”, Editori Riuniti) a contribuire alla riapertura delle indagini nel 2009: «Ci siamo mossi cercando di applicare le moderne tecniche di investigazione. Nel 2010 sono emersi degli elementi importanti, mi auguro che il lavoro svolto dalla Procura porti a modificare le motivazioni della sentenza che condannò Pelosi». Tra il pubblico anche Silvio Parrello, un ex ragazzo della borgata di Donna Olimpia che conobbe Pasolini, la cui testimonianza ha portato a far emergere due carrozzieri, uno dei quali avrebbe riparato un’auto uguale a quella di Pasolini che riportava tracce di sangue.

 

 

LA MORTE DI PIER PAOLO PASOLINI. L’AUTO SCOMPARSA E UN TESTIMONE.

di Simona Zecchi articolo originale da Satisfiction 

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Considerare l’omicidio di Pier Paolo Pasolini un delitto come gli altri, soprattutto se non facente parte, nelle modalità, di quella schiera di omicidi “classici” che si citano per dare un senso agli avvenimenti la cui interpretazione resta difficile, e nonostante tutto il tempo passato, è un errore che non ci si può più permettere. Un delitto come gli altri o peggio un delitto “maturato nell’ambiente omosessuale”: questa, in base all’unica sentenza ufficiale, la vulgata comoda a molti rigirata a coloro che secondo questa moltitudine non ha mai accettato l’omosessualità, nemmeno a sinistra. Vulgata appunto.

Se questa volta le indagini ancora in corso, riaperte dalla Procura di Roma ormai quasi 3 anni fa, non riescono ancora ad apporre la parola fine su quel capitolo di storia, allora si può avere l’ardire di sperare che non tutto deve concludersi come sempre in Italia. In parte quest’affermazione simil-utopica è però confermata dalla recente sentenza civile sulla strage di Ustica che riscriverà la storia e la cronaca italiane di quel giorno di 33 anni fa: “E’ stato un missile”. Lo hanno gridato per anni giornalisti e registi con fatti alla mano (Andrea Purgatori nella sceneggiatura de “Il muro di gomma” di Marco Risi e di più Fabrizio Colarieti che con il libro “Punto Condor” – ed. Pendragon, 2002 – scritto insieme a Daniele Biacchessi aveva già portato alla luce una verità che persino gli americani avevano scritto “E’ stato un missile”: non un incidente né un attentato interno al velivolo.) Ecco questa è la speranza e insieme la premessa. Due anni fa, mentre cercavo di trovare un senso al “fattaccio” dell’Idroscalo, prima leggendo e rileggendo gli scritti di Pasolini poi andando incontro ai fatti senza retorica e facendo a meno delle verità precostituite, ho incontrato la collega Martina di Matteo. Insieme abbiamo unito le forze (documenti, fonti e ricerche) spesso ricominciando da capo, ma sempre con un punto fisso: la ricerca della verità. Assioma questo per molti, soprattutto per “gli anti-complottisti”, che fa ridere e sicuramente farà sorridere in modo beffardo ancora una volta. Questo non ci disturba e non frena il nostro lavoro con tutta l’umiltà e la caparbietà possibili.

L’inchiesta finora inedita, frutto del lavoro mio e di Martina, il cui estratto è ora gentilmente ospitato dalla rivista “Satisfiction” è contenuta per intero nel numero monografico su Pier Paolo Pasolini de “I Quaderni de l’Ora” (edizioni Ila Palma-Micromedia, Palermo), rivista d’inchiesta, cultura e analisi politica che ha riaperto le pubblicazioni a fine 2012. Il numero, diretto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, oltre a contenere altrettanti estratti di inchieste sulla morte dell’intellettuale dei giornalisti che se ne sono occupati, è sostenuto in gran parte da quel filo che lega le morti di Mattei De Mauro e Pasolini, le prime due confermate anche nelle motivazioni alla recente sentenza dei giudici di Palermo che nell’assolvere Totò Riina attribuiscono ad altri fattori la responsabilità della scomparsa del giornalista de “L’Ora”, il cui corpo o resti non furono mai ritrovati. La rivista è in sé preziosa anche per la presenza dei contributi fotografici e saggistici come i lavori di Mario Dondero e il contributo critico della saggista . Alcune poesie di Pasolini poi arricchiscono la pubblicazione aggiungendo valore culturale e di testimonianza.

Di seguito solo un brano che rivela però il filo conduttore del lavoro svolto da noi: il mistero della seconda macchina. Finora solo un testimone alla riapertura delle indagini ha dichiarato qualcosa in questo senso: un fatto che non si è mai chiarito e che noi abbiamo provato ad illuminare, attraverso nuove testimonianze e andando alla ricerca di verbali in parte dimenticati in parte nascosti, sulle ore immediatamente successive alla mattanza. Venerdì 15 presso la libreria Notebook dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, dalle ore 18, alcuni autori e ospiti presenteranno la rivista che sarà anche disponibile per chi desidera acquistarla.

di Simona Zecchi – Martina Di Matteo

Ostia – Roma. Nella notte fra il 1 e il 2 novembre del 1975 il corpo di Pier Paolo Pasolini viene trovato in una pozza di polvere e sangue all’Idroscalo di Ostia. Sono le 6.30 del mattino e le voci degli abitanti delle baracche, per la maggior parte abusive, si sfilano sommesse mentre le prime luci dell’alba fanno capolino. Solo la signora Maria Teresa Lollobrigida si rende conto, all’inizio scambiandolo per un grumo di rifiuti, che la poltiglia di carne corrisponde alla sagoma irriconoscibile di un uomo. E’ il corpo di Pasolini ma lo si scoprirà solo dopo, a circa un’ora dal ritrovamento, quando lo si collegherà al furto di un’auto avvenuto nella notte a molte ore di distanza.

È una morte quella dell’intellettuale che entra immediatamente a far parte di quella storia di delitti eccellenti e stragi di Stato dell’Italia degli anni di piombo. Sono gli anni centrali della strategia della tensione che vedono l’alternarsi una serie di attentati efferati, addebitati a entità altre rispetto alle organizzazioni strettamente terroristiche di destra e di sinistra. Una tensione che ha inizio con la strage di Piazza Fontana nel 1969 e che si scioglie apparentemente nel 1984 con l’attentato del rapido 904. In quest’arco di tempo e in particolare negli ultimi anni fino alla sua morte, Pier Paolo Pasolini scrive, raccoglie informazioni e denuncia con l’intento di riunire tutto in una grande summa letterario-giornalistica, “Petrolio”. L’opera rimane però incompleta a causa della sua morte violenta e vedrà la pubblicazione solo 19 anni dopo. Pier Paolo Pasolini ha ancora molto da dire quando viene ucciso quella notte di novembre 1975 e la sua voce non ha smesso .

L’AUTO DI PASOLINI? RITROVATA SULLA TIBURTINA (Prima parte)

Tra le tante parti ancora non emerse sulla morte di Pasolini, una riguarda la sua auto. Una diversa dinamica che riguarda le ore immediatamente successive alla mattanza, che potrebbe riscrivere completamente l’indagine su quel massacro e che si lega a una dichiarazione rilasciata da Sergio Citti nel 2005 a Guido Calvi secondo cui l’auto di Pasolini sarebbe stata ritrovata abbandonata sulla Tiburtina1. Una verità fatta scivolare probabilmente via dalle carte del fascicolo relativo al processo a carico di Giuseppe Pelosi. E’ solo un verbale ma cambierebbe tutto.

A raccontarci una verità diversa è un nuovo testimone della vicenda cresciuto nel quartiere del Tiburtino assieme a quel gruppo di giovani chiamati più volte in causa nei dintorni del delitto: “Pino se lo so’ bevuto alla fontanella de piazza Gasparri… lo sapevano tutti nel quartiere, come tutti sapevano che quella notte con lui ci stavano i Borsellino e Johnny.”

Piero (nome di fantasia) non faceva parte del giro, di quelle bande sfilacciate di criminali che a Roma operavano ognuna per conto proprio senza intrusioni e senza collegamenti. Piero ha vissuto ai margini di quel mondo osservandolo per difendersi. Quella che racconta è una storia che non è mai stata così segreta come si è portati a immaginare, è piuttosto una storia conosciuta da un intero quartiere, di cui molti hanno saputo e nessuno ha parlato. Lui quei ragazzi li conosceva bene, fu lui stesso, racconta, ad aprire la porta del bagno in cui il padre dei due Borsellino (Franco e Giuseppe Borsellino ormai deceduti che furono fermati e poi rilasciati per mancanza di riscontri alle indagini dell’allora Carabiniere Renzo Sansone, nda), si impiccò alcuni mesi prima di quel 2 novembre del ’75. Arriccia il naso mentre lo racconta, quasi come a non voler vedere quell’immagine, poi va avanti.

All’Idroscalo, Pelosi arriva in macchina con Pasolini mentre Mastini (Giuseppe Mastini alias Johnny Lo Zingaro più volte chiamato in causa negli anni senza mai andare a fondo sul suo ruolo secondo quanto a noi risultato, nda) si trova nell’altra Alfa 2000 quella blu probabilmente guidata da Antonio Pinna, descritto nell’ambiente come un esponente della malavita romana e confidente di Pasolini, e i due Borsellino arrivano invece col Gilera. Già nei mesi immediatamente successivi al delitto la giornalista Oriana Fallaci, insieme al suo collaboratore Mauro Volterra, nella contro-inchiesta de “L’Europeo”2, avevano parlato di due motociclisti su un Gilera. Nei verbali emerge che l’indiscrezione sia arrivata dalla giornalista americana, allora a Roma, Kay Withers, attraverso il collega Robin Lustig3 della Reuter di Roma. Lustig (ora alla BBC) conferma via e-mail di aver riportato ciò che sapeva sul caso Pasolini unicamente da quanto riferitogli dalle forze dell’ordine, e certo il tempo passato – dice – non lo aiuta nel ricordo. Sarebbe legittimo dunque almeno pensare che gli inquirenti fossero fin dall’inizio sulle tracce di una motocicletta?

Dì, ma qui non si vedono più quelli che hanno la motocicletta? Chi ce l’ha la motocicletta?

«Vuoi dire la Gilera 124? Quella ce l’ha il Roscio.» 4

Piero ci racconta di chi è quella motocicletta, confermando quella stessa notizia dell’Europeo. La Gilera è del Roscio, il suo nome è Mimmo D’Innocenzo. Mimmo aveva impicci con la droga e frequentava la stessa bisca di Pelosi e gli altri.

“Gli presero la moto per qualche motivo, forse c’aveva un debito, non lo so bene e non so nemmeno da dove l’avesse presa, ma era la sua quella moto, gliela fecero ritrovare poi davanti a un fioraro sulla Tiburtina. Poi qualche anno dopo lo “suicidarono”, lo trovarono morto per overdose in una macchina sul Lungo Tevere”.

Non ricorda bene il mese o l’anno Piero, ha paura di accavallare le date, di dare informazioni sbagliate ma alcuni fatti li ricorda perfettamente e ricorda perfettamente che Mimmo non voleva più quella moto, perché era stata “impicciata” in qualcosa in cui non voleva entrare. Mimmo morì nel 1979, qualche anno più tardi forse perché, come Piero ipotizza avendolo conosciuto bene, sull’uso fatto della moto voleva saperne di più.

“Io li conoscevo perché abitavamo tutti lì, andavamo a impennare coi motorini insieme, facevamo qualche furtarello, ma non eravamo amici. Loro erano iscritti al partito monarchico, stavano in fissa col fascismo, io invece ero sempre stato di sinistra, ci siamo pure menati qualche volta con quelli di destra”.

Piero continua il racconto, mentre arrotola una sigaretta di tabacco senza filtro e ammette di averli anche invidiati un po’ quei ragazzi. Alla memoria gli tornano immagini come fotografie. “A volte li guardavo andare avanti e indietro con le vespe dai vetri della mia bottega e li invidiavo perché io stavo là a lavorare e loro scoattavano tutto il giorno, ma sono stato fortunato. Poi io c’avevo mia mamma che mi stava sempre dietro, non mi sono mai drogato. Le canne sì, quelle me le facevo ma non mi sono mai drogato…Mimmo invece sì”. Piero torna spesso a Mimmo nel suo racconto, quello è con buona probabilità il motivo per cui ha deciso di parlare.

Crimine e linguaggio media: US e Italia a confronto

pubblicato sul mensile Periodico Italiano mag del 28/10/12

di Simona Zecchi

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Secondo uno studio condotto in Svizzera nel 2010 dal terzetto giornalistico-scientifico: il direttore dell’ ”European Journalism Observatory”, osservatorio europeo del giornalismo, Stephan Russ-Mohl, dal ricercatore svizzero Colin Porlezza e dal professore di giornalismo statunitense Scott Maier e riportato interamente dal sito dell’Università Svizzera Italiana (http://www.usi.ch/print/progetto?id=292), i quotidiani del Bel Paese sarebbero più affidabili nei contenuti di quelli elvetici.

 Ti imbatti in queste statistiche e analisi, nonché altisonanti e piacevoli affermazioni, quando poi a luglio accadono eventi come la strage di Denver (Colorado). Un solo killer, armato e coperto da una maschera antigas, ha aperto il fuoco in un cinema ad Aurora, anonima periferia di Denver, uccidendo 12 persone (invece delle prime 14 dichiarate) e ferendone circa 50 (e non 70 come riportato in primis). Queste le primissime note rilasciate subito dopo il fatto, avvenuto il 20 luglio scorso, dal capo della polizia Daniel J. Oates, un nome storico nel parterre dell’anticrimine americano. Oates prima reporter nell’ “Atlantic City Press”, poi a capo del “NYC Police Department”: una perfetta sintesi per questo articolo e ancor più una storia tipicamente americana.

Una strage che sa di mala periferia (americana in questo caso) e perverse emulazioni: pare che il presunto killer, poi individuato come un giovane “colorato” di 24 anni (per via dei capelli rosso fumetto) stesse mimando le gesta di Bane, il super cattivo dell’ultimo capitolo della saga di “Batman”, conosciuto in Italia anche col nome di “Flagello”, personaggio creato dalla matita di “DC Comics” la nota serie di fumetti.

E la strage è avvenuta proprio durante la prima de “The Dark Night Rises” diretto dal grande regista introspettivo Christopher Nolan, cui poi comunque sono seguite le altre tappe del tour promozionale non senza falsi allarmi di attentati ed emulatori di sconclusionate gesta a successione.

La polizia ha subito fermato il sospetto killer, James Holmes, e ha escluso, dalle testimonianze raccolte, che a sparare ci fosse un secondo killer, anche se sin dall’inizio le dinamiche e le armi con cui Holmes è stato arrestato presso il parcheggio del cinema (nonché le sue prime dichiarazioni sull’ingente quantitativo di esplosivo presente nella sua abitazione) avevano fatto pensare agli stessi inquirenti che i complici potessero essere più di uno.

Gli spettatori non si sono subito accorti di quanto stava succedendo, sopraffatti dagli effetti speciali e dal volume alto che accompagnano spesso queste proiezioni. «Abbiamo sentito degli spari e un’esplosione, ma credevamo fosse il film, quando abbiamo visto che molte persone si alzavano e scappavano ci siamo alzati anche noi», aveva detto un testimone alla tv Usa “9News”.

Insomma: quando mito e realtà, finzione cinematografica e cruenta attualità si mescolano e chi si trova protagonista suo malgrado ne rimane bloccato; non come in uno spezzone o uno scatto immortalato ma nello “shooting” di un episodio vero che è per sempre.

Sul luogo della strage sono intervenuti anche gli agenti dell’Fbi, per valutare se l’episodio poteva essere codificato come un atto di terrorismo ma l’agenzia governativa, che ha poi la mossa finale decisiva, ha dichiarato che il terrorismo non c’entrava nulla. Da quel momento in poi l’occhio rapace dei media è rimasto tutto focalizzato sul vero protagonista: James Holmes.

Il quotidiano “La Repubblica”, secondo al “Corsera” in diffusione cartacea ma primo sull’on line, (fatto che sa perfettamente e ne approfitta), dedica alla strage sul sito uno speciale dietro l’altro; titoli, sottotitoli e cappelli erano tutti per lui, il killer: “Inferno in un multisala del sobborgo di Aurora. James Holmes, 24 anni, indossava una maschera antigas come il “cattivo” del film e ha usato armi comprate legalmente: le munizioni le aveva acquistate sul web. Tra le vittime anche bambini, undici dei feriti sono in condizioni critiche. La casa del giovane è imbottita di esplosivo, area evacuata e artificieri al lavoro. Obama “scioccato” ordina bandiere a mezz’asta fino al 25 luglio”

L’ “Huffington Post” americano il 20 luglio titolò il fatto così: ”James Holmes, Aurora Shooting Suspect, Purchased 6,000 Rounds Of Ammunition Online (ossia: James Holmes, sospettato della sparatoria di Aurora ha acquistato 6,000 serie di munizioni on-line)

E ancora il Corriere della Sera, il 23 luglio: ”Denver: trovato il computer del killer Lunedì prima udienza in tribunale”. Una contraddizione in termini nello stesso periodo visto che la prima udienza doveva ancora iniziare e già il corriere nazionale lo definiva un killer.

Lo stesso giorno e lo stesso fatto sul “The Guardian”: “Colorado shooting suspect James Holmes makes first appearance before judge” (ovvero: Il sospettato per la sparatoria in Colorado fa oggi la sua prima apparizione davanti al giudice) che ha proseguito come coerenza vuole anche nel testo quando vicino al nome o alla descrizione sempre apparica “l’uomo che si crede abbia ucciso 12 persone…”.

Insomma alleged, suspect, believed to be e poi tutti i dettagli del caso. L’inglese non è una lingua complessa ma è piena di sinonimi e sfumature per non doppiare “che pare brutto” esteticamente e non ingannare il lettore così come la verità dei fatti. Non che l’italiano ne sia sprovvisto, ma la caparbietà sul sensazionalismo e quindi la storia che il cane che morde l’uomo in sé non basti a vendere (“Quando un cane morde un uomo non fa notizia, perché capita spesso. Ma se un uomo morde un cane, quella è notizia” è una delle citazioni più note sul giornalismo apparsa la prima volta sul “New York Sun” a fine ‘800, la cui attribuzione però resta tutt’ora incerta), sembra avere sempre più la meglio su illustri e meno illustri cronisti e redattori dei fogli nazionali e locali. Si, forse ci caschiamo tutti e non raramente perché la crisi impone che il cane sia quello di una star almeno, e la star tassativamente di primo livello ma la differenza con i quotidiani e i giornalisti degli altri paesi si fa sentire e pesa.

E ancora, per quanto riguarda Holmes, mentre il 30 luglio nel corso del primo dibattimento è stato formalmente accusato di primo grado con ben 24 capi d’accusa, e mentre si è discusso sin dall’inizio se dargli o no la pena di morte in uno Stato dove non si applica da anni, il termine che lo ha associato nei media locali e nazionali è quello preciso di suspect.

Intanto mentre Holmes si toglie il “rosso Bane” dai capelli, viene discussa la nuova udienza (20 settembre) e il grande nodo sull’uso degli appunti che l’imputato spedì allo psichiatra prima del gesto assurdo viene sciolto con la decisione di non poterlo utilizzare come prova perché elemento di segretezza fra medico e paziente.

 Per tornare unicamente ai giornali nostrani e capire come il linguaggio dei media sul crimine in Italia sia sempre meno specifico ed esatto basta rivolgerci all’attentato di Brindisi. Attentato avvenuto a Brindisi il 19 maggio di un sabato scolastico col sapore già delle vacanze.

 E’ presto e i bus che fanno la spola dai paesi limitrofi per portare i ragazzi dei vari istituti superiori nelle loro classi si susseguono. Uno solo però, quello che parte da Mesagne (Brindisi) e porta con sé alcuni ragazzi della scuola superiore “Morvillo-Falcone” si ferma più di tutti. Sono le 7.50 e un’esplosione spezza la vita di una ragazza, Melissa Bassi, e ne ferisce altre 6 (anche qui le imprecisioni fioccavano già: si riportò di 2 morti iniziali, la seconda ragazza dopo qualche giorno, e 5 ferite gravemente). I riflettori rimangono accesi sulla città e le dinamiche dei fatti, mano a mano che le indagini si susseguono, con una frenesia al limite del parossismo. Tanto è vero che persino uno stimato e invidiabile giornalista come Sandro Rutolo collaboratore di Santoro in “Annozero” si lancia su Twitter in vere e proprie descrizioni e indicazioni dettagliate di un presunto sospetto, in realtà solo eventualmente informato sui fatti, in quel momento interrogato dalla procura. Quando però arriva la smentita sul suo coinvolgimento, la frittata era già stata fatta e la rabbia dei brindisini, così come il flash dell’infamia, implacabili avevano già creato il mostro. Il giornalista è stato convocato dall’Ordine professionale e un procedimento disciplinare è stato aperto nei suoi confronti, la cui entità è tuttora sconosciuta.

 Poi le indagini hanno fatto il loro corso e al momento in cui scriviamo il sospettato è tutt’ora il reo confesso Giovanni Vantaggiato, commerciante agiato di Copertino (Lecce), subito soprannominato il killer, il bomber (tanto per associarlo alle azioni di un folle isolato con intenti maniaci e omicida). Fino a pochi momenti prima il web e le edicole erano già un profluvio di analisi stragiste nazionali e internazionali, senza attendere lo svolgersi dei fatti e avere così più elementi per fare collegamenti maggiormente concreti. Intanto, mano a mano che l’attenzione sul fatto si diradava, nelle descrizioni degli eventi che caratterizzano tuttora le indagini e le poche rivelazioni, spesso emerge la volontà di farlo apparire come un folle a cui è scappata la mano, quasi a voler credere forzatamente alla sua tesi di tentato omicidio per reazione alla mala giustizia (secondo Vantaggiato la sentenza che ha riconosciuto nel 2008 la sua condizione di vittima per una truffa di oltre 350 mila euro non avrebbe reso la giustizia meritata e questo avrebbe scatenato la sua reazione ai danni di persone e cose davanti all’istituto scolastico).

Intanto, mentre ne parliamo e altri elementi oscuri emergono fuorché il movente, rimane l’accusa di strage con finalità terroristica e il sospetto che Vantaggiato abbia agito con altri complici, come indica la richiesta d’arresto della Procura che coordina le indagini. Inoltre, nel dibattimento verrà anche discusso il suo coinvolgimento in un altro attentato di cui ha anche ammesso la responsabilità, avvenuto nel 2008, nei confronti di Cosimo Parato suo presunto socio in affari. Ma questa è un’altra storia e gli elementi sono ancora poco consistenti per trarne concretezza. L’ultimo interrogatorio svoltosi in questi giorni dal titolare delle indagini, il pm Milto De Nozza, vede arroccata ancora la difesa del sospettato, rappresentata dal legale Franco Orlando, sulla motivazione di “atto dimostrativo”.

Altro esempio attuale e interno alla penisola su come i fatti possono essere anche involontariamente o meno manipolati, se al centro di tutto non viene posto il lettore e meglio ancora il cittadino, è stato l’arresto in custodia cautelare del senatore, ex Margherita, Luigi Lusi. L’ex tesoriere della Margherita (attualmente tradotto ai domiciliari presso un convento) è accusato, insieme ad altre persone (tra cui la moglie), di appropriazione indebita di oltre 25 milioni di fondi del fu partito. Nei giorni successivi l’arresto, la Cassazione aveva rinviato a un’ulteriore valutazione la condizione di custodia cautelare cui era sottoposto il parlamentare.

Fatto questo che avrebbe determinato la probabile scarcerazione fino al processo perché sarebbero venuti meno il pericolo di fuga e l’inquinamento delle prove.

Il titolo che maggiormente ha furoreggiato in quei giorni, non solo nel quotidiano vicino spesso alle posizioni del PD come “Repubblica”, ma in tutti o quasi i quotidiani anche di opposta appartenenza, era appunto la non validità dell’arresto, quando invece Lusi doveva ancora rimanere in carcere perché mancava la completezza della valutazione nel merito. Soprattutto però in un momento così delicato per la giustizia, e le verità di Stato che mano a mano emergono su fatti che hanno lacerato l’Italia da oltre vent’anni (la trattativa Stato- mafia, il processo a Piazza Fontana, la strage di Brescia ecc., ecc.) i titoli prendono il posto del contesto e del fatto in sé e la gravità di quanto è stato commesso, l’unica a essere valutata prossimamente. La sottrazione indebita di soldi appartenenti agli elettori, infatti, è stata messa in secondo piano, quasi a volerla cancellare, quasi a far finta che l’errore non stia nel reato in sé (che c’è stato: è un fatto), ma nell’averlo giudicato. Un risultato non casuale, proprio se guardiamo alle reazioni scatenate da inchieste scottanti che coinvolgono uomini delle istituzioni e funzionari che allo Stato rispondono.

La Margherita, intanto, ha nei giorni scorsi consegnato al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Vittorio Grilli, 5 milioni di “avanzi patrimoniali” del partito.

E’ solo un esempio tra i fatti di cronaca più recenti ma serve a indicare quanto il focus sui fatti resti spesso in difetto.

Su tutto, ad esempio di quanto fede ai fatti e passione del racconto possano coesistere e attirare l’attenzione dei lettori, rimane l’incipit di un articolo che la giornalista messicana Alma Guillermoprieto pubblicò nel 1982 sul “Washington Post”: “Diverse centinaia di civili di questo villaggio e dei dintorni, compresi donne e bambini, a dicembre sono stati prelevati dalle loro case e uccisi da truppe dell’esercito salvadoregno, durante un’offensiva contro la guerriglia di sinistra, stando alla testimonianza dei sopravvissuti che dicono di aver assistito ai presunti massacri” (dalla raccolta di articoli presenti nel libro “Cronache dal Continente che non c’è” – La Nuova Frontiera, 2011). La Guillermoprieto arrivò a Mexico City un mese dopo quel massacro rischiando, insieme al collega Raymond Bonner del “New York Times”, la vita per il suo lavoro che per fortuna gli costò invece, dall’allora amministrazione americana retta da Ronald Reagan, “solo” l’accusa di attività propagandistica.

 Il risultato dello studio scientifico-giornalistico, rimasto autorevole seppure non recentissimo con il quale abbiamo aperto questo articolo, ora, potrà avere forse un’aria meno altisonante e più uno stimolo a fare bene il proprio lavoro sempre.

Idroscalo di Ostia: la rabbia degli sfollati

Servizio ripresa e articolo pubblicato su Fanpage.it  di Simona Zecchi, Martina Di Matteo, Peppe Pace

Nel febbraio di tre anni fa, le ruspe del comune di Roma entrarono all’Idroscalo, dove da sessant’anni vivevano 500 famiglie. Nel giro di due ore e senza alcun preavviso, diverse famiglie furono allontanate dalle proprie case che vennero immediatamente demolite. Da tre anni il comune spende circa 3000 euro al mese per ognuna delle famiglie sgomberate e trasferite in un residence. Lo sgombero e la demolizione costarono alle casse comunali circa 6 milioni di euro. Al posto delle “baracche” demolite, il nulla.

Era l’alba del 23 febbraio del 2010 quando 35 famiglie, residenti nella zona dell’Idroscalo di Ostia, vennero allontanate dalle proprie case con un’ordinanza della protezione civile a causa di un pericolo di esondazione. È Paula De Jesus, urbanista a supporto tecnico della Comunità Foce Tevere, che si batte da anni per fare in modo che la riqualifica dell’Idroscalo avvenga in modo che i residenti mantengano le proprie abitazioni, a spiegarci che l’ordinanza della Protezione civile è da considerarsi illegittima: quel 23 febbraio non ci fu nessuna esondazione e, anzi, le condizioni meteorologiche quel giorno non lasciavano presagire nulla di preoccupante. In poco più di due ore, e senza nessun preavviso (nonostante le ordinanze ricevute dai cittadini quel giorno fossero datate al 17 febbraio), 35 famiglie furono costrette a raccogliere i propri effetti personali tentando, per quanto possibile, di salvare il mobilio (sistemato alla meglio in alcuni container pagati dal Comune di Roma), prima di essere trasferiti al residence “Borgo del Poggio” in via di Fioranello, nei pressi di via Ardeatina. Le case furono abbattute quel giorno stesso, in fretta, per evitare che le persone ne riprendessero possesso. Da quel giorno il Comune di Roma non è mai più intervenuto sul luogo. Una manovra, questa, costata al Comune circa 6 milioni di euro, per non parlare della somma, stimata tra i 2000 e i 3000 euro al mese a famiglia, che da ormai quasi due anni serve a coprire le spese del residence. Nel frattempo, il destino di tutti gli altri abitanti della zona sembra incerto. Infatti, secondo il progetto di riqualifica del territorio, entro il 2013 dovrebbero essere abbattute tutte le altre “baracche” per dar luogo alla costruzione di un Parco Fluviale. A rendere la situazione ancora più problematica vi è inoltre il fatto che nessuna delle famiglie residenti all’Idroscalo, tantomeno le 35 residenti al Borgo del Poggio, compare in alcuna delle liste di assegnazione per alloggi popolari.
La Comunità Foce Tevere, spiega la portavoce Franca Vannini, continua a battersi per una riqualifica del territorio che preveda la creazione di un piccolo borgo dell’Idroscalo, che permetta non solo alle persone di mantenere le proprie case ma che miri anche conservare l’identità del quartiere.

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Trattativa Stato-Mafia. Barillaro e D’Ambrosio: due morti diverse per i media

di Simona Zecchi pubblicato su Notte Criminale il 27/07/12

 

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Namibia, 24 luglio 2012: muore il giudiceMichele Barillaro mentre era alla guida di una jeep scontratasi contro un camion.

Roma, 26 Luglio 2012: muore per infarto Loris D’Ambrosio, il consigliere di Giorgio Napolitano a cui aveva telefonato Nicola Mancino per la questione della trattativa Stato-Mafia.
Doveva deporre anche all’Antimafia D’Ambrosio, dopo essere stato sentito prima della chiusura dell’inchiesta, dai PM di Palermo.
Il magistrato Barillaro, nato a Reggio Calabria nel 1967, svolgeva la funzione di Gip del Tribunale di Firenze. Muore nello scontro anche il suo amico avvocato Roberto Concellini.
Fino a poco tempo prima del tragico fatto il magistrato, prestato al capoluogo toscano dopo il suo impegno al processo Borsellino Bis, viveva sotto scorta. Aveva partecipato infatti alla redazione della sentenza. Recentemente aveva subito nuove minacce. Aveva partecipato, inoltre, ai processi contro Totò Riina e all’attentato a Mondello sull’Addaura nel 1989 contro Giovanni Falcone, di cui è stato suo stretto collaboratore.

Il consigliere giuridico Loris D’ambrosio, anche lui ex collaboratore di Falcone, per giorni al centro di polemiche sulle intercettazioni che lo vedevano protagonista come mediatore fra Napolitano e Mancino, il quale premeva insistemente, secondo quanto è possibile evincere dai dialoghi riportati, per evitare il suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla trattativa.

E’ morto nel suo studio di Roma, zona Parioli. La morte sarebbe avvenuta per cause naturali. Cause talmente certe da non ritenere, è notizia di poco fa, necessarie le analisi per l’autopsia.
La morte del Gip Barillaro, invece, è passata inosservata dai media nazionali come il vento contrario a quello caldo che fino a poco tempo fa ha scosso invece le temperature nostrane; le stesse temperature bollenti che hanno caratterizzato il ciclone sulla trattativa: tra depistaggi, sentenze da rifare e nuove inchieste. La sua morte è stata riportata solo da qualche media locale, come “Il Quotidiano della Calabria, “Il Corriere della Calabria” e anche dalla edizione toscana di Repubblica. Una morte in secondo piano evidemente senza scalpore.
Altro  vento, invece, quello che porterà fuori dall’Italia il giudice Antonio Ingroia che insieme agli altri giudici di Palermo, e in alcune fasi alle altre procure di Caltanissetta e Firenze, hanno portato avanti per anni infiniti l’inchiesta sulla trattativa.
Il PM Ingroia che nei giorni scorsi ha sentito come persona informata dei fatti Marina Berlusconi sul processo a Dell’Utri per estorsione, ha accettato l’incarico annuale propostogli dall’Onu in Guatemala. Una decisione presa tra le polemiche e gli attacchi, nonché qualche titubanza accettata infine dal CSM (23 a favore, 4 contrari, 3 astensioni).

 

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Caso Moro, i documenti americani confermano l’incriminazione di Pieczenik

La corte della Florida si appella al trattato di mutua assistenza esistente fra Italia e Stati Uniti per procedere all’interrogatorio dell’ex consigliere di Cossiga

di Simona Zecchi pubblicato il 05/06/14 su Lettera35

Steve Pieczenik, l’ex analista dell’antiterrorismo Usa coinvolto nell’omicidio del presidente della Dc Aldo Moro, ha pubblicato sul suo sito i documenti che confermano l’incriminazione, di cui Lettera35 ha riferito nei giorni scorsi, formulata nei suoi confronti dalla giustizia americana, dopo la rogatoria che la magistratura italiana ha promosso per sentirlo in qualità di testimone.

Dai toni e dalle parole usati nell’intervista rilasciata ad Alex Jones il 2 giugno, traspariva la contrarietà di Pieczenik verso Obama e la sua attuale politica estera, ponendo a confronto questa con l’ordine da lui eseguito, proveniente dall’allora amministrazione Carter, come inviato per risolvere il caso Moro. Con la sua tardiva ammissione del 2008 al giornalista francese Emmanuel Amara, nel libro Abbiamo ucciso Aldo Moro, Pieczenik affermò di essere stato parte dell’omicidio, rivelando, così, una notizia di reato. E proprio quanto contenuto nel libro avrebbe spinto il pm della Procura di Roma Luca Palamara, titolare di un filone d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dello statista democristiano, ad avviare degli accertamenti e a recarsi negli Stati Uniti per sentire Pieczenik.

La pubblicazione dei documenti sembra essere in linea con l’atteggiamento dell’indagato. Ciò non toglie che questi, identificati da un numero d’ufficio (case No. 14-21380-MC-Altonaga) e provvisti di note a penna presumibilmente dello stesso Pieczenik, siano autentici. I documenti pubblicati sono in tutto due: il primo [leggi], datato 17 aprile 2014, proviene direttamente dal giudice distrettuale della Florida, Cecilia Altonaga, ed ha per oggetto la “Richiesta della Repubblica italiana (il termine Repubblica manca per un refuso ma è presente nel secondo documento con lo stesso oggetto di comunicazione, ndr) rispondente al trattato fra gli Stati Unti d’America e la Repubblica italiana in materia di mutua assistenza su questioni criminali riguardanti Aldo Moro”. Il secondo [leggi], datato 22 aprile 2014, proviene dal dirigente della procura della Florida Brian K. Frazier, che intima a Piecznik di comparire nel suo ufficio il 27 maggio.

La dicitura presente nell’oggetto della prima richiesta, quella proveniente dal giudice distrettuale, non ha una precisa sintassi perché deriva chiaramente da un formato standard: “in the Matter of unknown” (ossia relativamente a… sconosciuto), al quale viene poi aggiunto tra parentesi il nome di Aldo Moro. Nella richiesta del procuratore distrettuale Frazier invece l’oggetto è più esplicito e si riferisce propriamente al caso Moro.

Il primo documento è di fatto l’autorizzazione a procedere e la nomina di Brian Frazier ad emettere il mandato di comparizione nei confronti di Pieczenik, chiamato a fornire testimonianza in merito a presunte violazioni criminali riguardanti il caso Moro, come prevede il patto di mutua assistenza in materia criminale fra Stati Uniti e Italia. La comunicazione che Frazier invia a Pieczenik si conclude con l’ammonimento a non negare la sua disponibilità a testimoniare, cosa che comporterebbe conseguenze penali.

Certo la richiesta della procura italiana appare rivolta solo ad individuare ulteriori notizie di reato provenienti da Pieczenik. Per questo anche la giustizia americana si dimostra cauta e utilizza il termine “presunte” (alleged) nella definizione delle accuse formulate. Tuttavia è davvero possibile che la magistratura italiana continui a definire Pieczenik un semplice testimone dei fatti?

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Il Caso Scarantino: il rogo al Teatro la Fenice, i verbali “dimenticati” e i depistaggi mai svelati

I messaggi di Cosa Nostra in concomitanza con un’udienza del Borsellino Bis a Mestre nel ’96: un attacco allo Stato. Ecco le parole di un testimone rimaste inascoltate

di Simona Zecchi articolo pubblicato il 17/06/14 da Lettera35

Era il 26 maggio 1996 e a Venezia l’aria era ancora scossa dai fumi e dalle fiamme che avevano incenerito il grandioso teatro La Fenice solo qualche mese prima. Un incendio che divampò, secondo quanto ricostruirono i periti incaricati dal pm Felice Casson, fra le ore 20.20 e le 20.50 del 29 gennaio, da due focolai, e che in men che non si dica finì col distruggere l’intera struttura.

Il teatro “lagunare” aveva visto le origini sul finire del 1700, la sua distruzione, dunque, poteva ben simboleggiare l’impotenza dello Stato, per non parlare del danno effettivo, ingente, alle casse cittadine. La ricostruzione, dopo diversi intoppi, ritardi, rescissioni e nuovi bandi, costò 102 miliardi e 543 milioni di vecchie lire e terminò nel 2003.

A gennaio del ’96 era da poco iniziato nell’aula bunker di Mestre, dinanzi alla Corte d’Assiste d’Appello di Caltanissetta, uno dei filoni del processo Borsellino (il Bis) che vedeva imputati, tra gli altri, i boss Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Salvatore Biondino e Giuseppe Calascibetta. Tutti indicati da Vincenzo Scarantino quali mandanti diretti della strage di via D’Amelio: seduti a un tavolo fra vino e cibo. Il quadro stereotipo perfetto che tanta fiction ha reso, anche mediatica.

I verbali dimenticati. Prima del rogo de La Fenice erano in corso un restauro e una ristrutturazione, persino il regista Woody Allen doveva portare un suo spettacolo jazz in occasione della riapertura che doveva avvenire a marzo. E invece nulla, le fiamme spensero il vento di novità e rinascita programmata.

Il particolare su Woody Allen è tra quelli riportati da una fonte investigativa in alcuni verbali di maggio e dicembre ’96, acquisiti dalla Procura di Brescia e, a leggere gli atti, anche dalle altre procure: Palermo e Roma incluse. Lo spettacolo, leggendo in sintesi i racconti del confidente Domenico Di Marco (a volte trattato alla stregua di un testimone, confidente o di un millantatore) doveva essere preceduto o seguito da alcuni atti di sabotaggio o attentati che potessero colpire al cuore le istituzioni.

Vincenzo Scarantino. E in concomitanza, come specifica Di Marco, con il grande processo che si stava tenendo a Mestre, per far arrivare un messaggio alla procura di Caltanissetta: «per ricordare ai magistrati di Venezia e Caltanissetta che Aglieri Pietro capo di una gang internazionale con agganci in Colombia e Brasile non ha mai eletto uomo d’onore “suo” il gay Scarantino Enzo». Così riferiva Di Marco, con un linguaggio non da mafioso doc ma, come dicono anche le note delle acquisizioni, come uno che frequenta un po’ tutti gli ambienti e che di sua spontanea volontà aveva scritto un esposto tratto dalle rivelazioni di un suo cugino, Giuseppe Zarcone, vicino al boss Aglieri.

Di Domenico non era un mafioso ma sapeva che nel mondo ristretto e stretto dei boss un omosessuale non può essere combinato, usato sì, ma combinato no: quindi mai per nessuna ragione può far parte o anche soltanto assistere a summit in cui si decidono omicidi di quel livello. Non se la preferenza sessuale è nota nell’ambiente.

Le notizie “non costituenti reato”, come è impresso sulla nota successiva di acquisizione della Procura di Brescia del ’97, sono diverse e tutte suscettibili di nuove verifiche, certo, ma niente che un tablet o un taccuino possano ignorare: il coinvolgimento di un sostituto procuratore che avrebbe pagato, usando denaro della Procura nazionale antimafia, per far ritrattare Scarantino o far testimoniare il falso a terzi, interviste pilotate (oltre a quella del ’95 di Studio Aperto: esattamente come poi è accaduta), i depistaggi di cui sarebbe stato vittima l’ex pm Casson. Insomma, alla luce di ciò che è emerso fino ad oggi forse quegli esposti del confidente avrebbero altra validità e getterebbero altra luce.

Sono tanti, infatti, i dettagli riportati nelle 5 cartelle manoscritte redatte da Domenico Di Marco racchiuse fra i due verbali. La sua deposizione spontanea all’ex pm Casson rivelava anche alcuni avvenimenti inerenti alle stragi di Peteano (1972,) Brescia (1974) e Piazza Fontana (1969), per questo, poi, gli atti hanno fatto il giro delle varie procure interessate. Ma i fatti e i dettagli che accelerano fino alla realtà odierna la loro valenza erano dunque già passibili di verifica prima dei successivi, tanti scoop che si sono succeduti e persino prima della collaborazione ufficiosa (1998) e ufficiale (2008) di Gaspare Spatuzza, l’ex boss fedele ai Graviano che ha riscritto la storia di via D’Amelio.

L’intervista di Scarantino a Studio Aperto. L’intervista telefonica del luglio ’95 trasmessa su Italia Uno e ripescata da Repubblica nel settembre del 2013 con una rivelazione riguardante il sequestro cui fu sottoposta da parte della magistratura e resa inutilizzabile per le indagini: il contenuto è stato acquisito al Borsellino quater all’indomani dello scoop di Repubblica. Il confidente Di Marco ne parlava già nel ’96 rivelando fin nei minimi particolari come sarebbe stata fatta sparire.

Dinamiche da verificare certo, le quali non escluderebbero ciò che ad oggi è stato rivelato, ossia le presunte torture, pressioni e i depistaggi della squadra Falcone-Borsellino, capitanata da Arnaldo la Barbera, subite da Scarantino in carcere. Il punto è però: furono solo gli investigatori gli autori di tanto depistaggio?

Oltre ai fatti scottanti rivelati dal confidente o testimone, tracce in questo senso sono disseminate un po’ ovunque nella storia del depistaggio perfetto. Nel libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ad esempio, L’agenda nera (Chiarelettere, 2010) che racconta le varie fasi del “depistaggio-Scarantino”, si legge, in merito ai confronti fra questi e gli altri pentiti, una nota interessante al riguardo: «I difensori del processo bis e ter, che su questo punto nelle aule dei due processi si fecero protagonisti di un’accesa battaglia, la raccontano così: i pm non hanno mai depositato le trascrizioni dei confronti nel processo Borsellino-bis. Solo in seguito alle loro reiterate sollecitazioni, i pm depositarono quelle carte anni dopo nel processo Borsellino-ter. Il risultato fu che i difensori riuscirono a conoscere il contenuto di quei confronti in ritardo. E che quei documenti, utili alla formazione del giudizio, non sono di fatto mai confluiti nel bis».

Il rogo della Fenice. Il faro però è anche quello che viene puntato sui fatti oscuri intorno al rogo della Fenice che, come riportano non solo la sentenza ma anche le cronache di quei giorni, è rimasta con molti punti irrisolti. Come ad esempio la latitanza durata 4 anni del principale accusato, l’elettricista Enrico Carella: una mancata sorveglianza nei giorni immediatamente precedenti la lettura della sentenza del luglio 2003 avrebbe reso possibile la sua fuga in Messico da cui fu estradato solo nel 2007. La sentenza non doveva ancora essergli nota, ma lui sparisce.

La stessa sentenza di Cassazione (come rivela il giornalista Gianluca Amadori nel libro Per Quattro soldi – Il giallo della Fenice (Editori Riuniti, 2003) pur avendo escluso ormai la pista mafiosa proprio in ragione dell’allora inattendibilità del Di Marco, aveva segnalato il forte sospetto che “gli imputati agirono anche nell’interesse di altre persone rimaste sconosciute”. Ed è un assunto, espresso già chiaramente nelle motivazioni della prima sentenza del 2001, che vuole essere sottolineato anche in cassazione: “sicché neppure sotto tale specifico profilo, la sentenza impugnata merita censure”. A dare man forte a questa ipotesi investigativa che rimarrà tale, furono le dichiarazioni di un teste, Pierluigi Setti, che parlò di denaro incassato prima dell’incendio (circa 150 milioni di lire). Incassato da chi? La Cassazione non poté definire questo particolare anche per la reticenza di testimoni ritrattanti e di alcuni accusati.

I manoscritti allegati ai verbali del confidente Di Marco parlano di un sabotaggio avvenuto a Roma in Piazza di Siena durante le prove per lo spettacolo Romeo e Giulietta della compagnia del Teatro dell’Opera. Era il 7 luglio del ’96 e alcuni ballerini si trovavano su una piattaforma situata a tre metri d’altezza per esigenze di scena: un cavo si stacca e i ballerini, tutti con una media d’età di 15 anni circa, scivolano crollando con tutta la piattaforma. Il risultato è di 7 feriti e nessun morto per fortuna. Per qualche giorno circolarono alcune voci interne su un possibile sabotaggio ma poi più nulla.

Di Marco parla di questo sabotaggio come messaggio da mandare in occasione della riunione che dopo un paio di giorni a Venezia la Dna avrebbe tenuto. Ed effettivamente così fu: il 9 luglio il procuratore di Venezia, Vitaliano Fortunati, e quello di Bari, Riccardo Dibitonto, che indagava sul rogo del Teatro Petruzzelli, insieme all’allora capo della Dna, Bruno Siclari, e ad alcuni sostituti, presero parte a un incontro per fare il punto della situazione, scambiarsi le opinioni e verificare se tra i due roghi potessero esserci delle analogie. Dunque la pista mafiosa era più di un’ipotesi investigativa e il messaggio alle istituzioni verificatosi con il rogo a La Fenice prima e con il sabotaggio poi non sembra più essere oggi così campato in aria.

L’ex pm Felice Casson, oggi tra le fila del PD, nel corso dell’inchiesta ritenne inattendibile il testimone anche per passate testimonianze che lo videro protagonista. Nella nota accompagnatoria di Casson del giugno 2006 che trasmetteva a Brescia le dichiarazioni si legge: “Il Di Marco è solito inviare quotidianamente lettere, note, esposti su ogni avvenimento mercando (cercando, ndr) di accreditarsi come teste, magari oculare o almeno per sentito dire nell’ambiente della prostituzione che egli frequenta”. Casson aveva ricevuto a sua volta l’informativa dalla procura di Palermo. La quale, però, affermava anche che a volte alle sue dichiarazioni si erano trovati dei riscontri.

Cosa impedì tuttavia la verifica dei fatti resi noti da un confidente non completamente inattendibile durante gli anni caldi post-stragi? Inattendibilità che non fermò al contrario gli inquirenti di allora nel perseguire Vincenzo Scarantino. Il rogo doloso al teatro lirico più importante del mondo può essere oggi visto sotto altra luce e far riaprire dipanandola la pista mafiosa, chiusa e poco scandagliata? Fu un atto contro lo Stato?

Il ’96 è stato l’anno del “discorso di Mestre” quando il 23 febbraio, sempre nella città veneta, si tenne un altro filone di un altro processo importante: quello per la strage di Capaci. Totò Riina per la prima volta invia un suo messaggio sibillino (di quelli che poi tracceranno il sentiero del detto e non detto del capo dei Corleonesi verso istituzioni, media, sodali, ex sodali e nemici fino alle minacce contro il giudice simbolo del processo stato-mafia, Nino Di Matteo). Riina, mentre assiste in gabbia al processo si fa “sfuggire” all’orecchio attento del giornalista Saverio Lodato, che la pubblicherà su L’Unità, la frase: “Quando io esco… anzi prima che parlo…”.

Da lì i magistrati Vigna e Caselli effettueranno un primo tentativo per indurlo alla collaborazione. Ovviamente non funzionò. Cosa poteva rappresentare allora un approfondimento sui fatti rivelati di un confidente che le note delle procure tutte si affrettavano a bollare come inattendibile nella scia già solcata degli effetti sulla trattativa che spingeva tutti, stampa e inquirenti in testa, ad accelerare sulla pista Scarantino, come tra l’altro tutti costoro hanno ammesso?

E’ un’altra pagina che si apre su quegli anni trascinati dal vento delle trattative che, seppure sotto altro aspetto, merita di essere riaperta o almeno ascoltata, magari, perché no, anche dalla Commissione parlamentare Antimafia.

Verbale Di Domenico maggio 96-1 Lettera35

L’Editoria su Pier Paolo Pasolini: come riuscire a districarsi

Articolo pubblicato sul sito di Notte Criminale il 26/12/11

di Simona Zecchi – PREMESSA DI OGGI 18/03/14

Scrissi l’articolo che segue, e che porta il titolo sopra, a fine dicembre del 2011 quando ancora non erano stati dati alle stampe altri due importanti contributi: “Frocio e basta” a cura di Carla BenedettiGiovanni Giovannetti di “Effigie Edizioni” e i molteplici contributi contenuti in un numero monografico de “I Quaderni de L’Ora” (<<Ila Palma Edizioni Palermo>>) dei direttori Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza nel quale è presente anche l’inchiesta svolta dalla sottoscritta, Simona Zecchi, e dalla collega Martina di Matteo. Inedita e ultima in ordine di “apparizione”, questa, dal titolo “Viaggio nella notte all’idroscalo”. L’inchiesta, senza pretese esaustive proprie di un lavoro giornalistico  totale  normalmente con tesi acclusa, fotografa e in parte riscrive la dinamica immediatamente successiva alla mattanza di cui fu vittima Pier Paolo Pasolini, quella notte fra il 1 e il 2 novembre del 1975. Getta così  luce sul ruolo di alcuni personaggi da sempre ritenuti in qualche modo legati a quella notte, dà un’ipotesi di dinamica  (suffragata tuttavia da diversi elementi) infine, contiene una rivelazione altrettanto inedita riguardante un faldone che conterrebbe la documentazione scomparsa tra le carte di Pasolini.

Il libro di Effigie Edizioni oltre a dare un proprio sguardo e punto di vista su motivi e mandanti, riconducibile  secondo gli autori alla tesi più  accreditata finora ossia il collegamento fra le morti di Enrico Mattei, Mauro De Mauro e Pasolini (la quale come leggerete più avanti fu resa nota e sviluppata  dai giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza) , si inoltra in un interessante viaggio quasi mai esplorato dalla saggistica immane sulla morte del poeta, ossia: in quel mondo della cultura e dell’intellighentia, soprattutto di sinistra, che ha contribuito per molti aspetti a dare ragione a chi continua a ripetere come un mantra che la morte del letterato e regista fu solo conseguenza della vita che conduceva. Certo a sinistra questo lavoro di “affossamento” viene svolto con più arguzia e anche per certi aspetti convinzione accumulatesi via via negli anni (qualcuno anche per diretta conoscenza dello scrittore) mostrando però al contrario una conoscenza non  parziale bensì  esclusiva di un aspetto soltanto del mondo, le opere e il suo significato di Pasolini. E’ come affrontare  un lavoro d’inchiesta giornalistica con una tesi già in mente in partenza, cosa che porta a scartare automaticamente tutto ciò che non ci convince e per questo comunque parziale e spesso fuorviante.

A dicembre infine su due quotidiani nazionali, rispettivamente “Il Tempo” e “Il Manifesto” si sono aggiunte alcune novità sul caso: la prima riguardante gli innumerevoli testi sentiti dalla Procura di Roma, che ha riaperto l’inchiesta già dal 2010 (titolare il sostituto prcuratore Francesco Minisci), indiscrezione questa in parte smininuita e smentita dallo stesso avvocato Maccioni qualche giorno dopo alla sottoscritta e alla Di Matteo in un articolo su Il Manifesto di più ampio respiro che comprendeva una lunga intervista a Pino Pelosi. L’intervista approfondiva alcuni fatti senza dar modo al Pelosi  di sfuggire a determinati assunti ormai incontrovertibili e soprattutto i protagonisti che avrebbero partecipato all’agguato e che venivano ben tratteggiati, quasi indicandone l’identità. Protagonisti provenienti da un mondo ben preciso fatto di giornalisti e avvocati in odore di P2 ed eversione nera accompagnati da un mondo altro vicino a Pasolini che in qualche modo si rese complice dell’agguato e delle sue conseguenze. Pelosi è per sua scelta ormai, per certi versi, inattendibile ma alcuni fatti non li ha mai smentiti e sono i fatti che danno il contorno se non la sostanza di ciò che accadde.

Oggi data l’uscita dell’intervista rilasciata dall’avvocato Stefano Maccioni (l’avvocato che per primo, insieme alla criminologa Simona Ruffini, fece riaprire l’indagine con nuovi elementi da cui ripartire), riguardante l’imminente chiusura dell’inchiesta giudiziaria ripropongo questo percorso nella saggistica sulla morte di Pasolini che spero possa essere d’aiuto almeno in buona parte sul lavoro spesso immane di giornalisti e saggisti che sempre hanno affrontato difficoltà, opposizioni e sacrifici per dare un contributo al disvelamento della verità. certo  non tutto, come accade nella norma, può essere provato e verificato ma gli indizi (che non sono mai prove) delineano un contesto politico, culturale  e sociale che ha segnato la vita repubblicana di questi ultimi 40 anni, nel quale la morte di Pasolini comunque rientra. Oggi lo scrittore non sarebbe probabilmente più vivo,  chissà, ma è certo che l’avremmo avuto tra noi per molto molto tempo ancora e con lui la sua voce critica e alta che ci spinge  a raccogliere gli elementi della realtà che ci occorre intorno e collegarli tra loro per andare “oltre il tessuto superficiale della cronaca e scoprire il cancro come dei chirurghi”.

 ViscaPier Paolo Pasolini – Una Morte Violenta”, (Castelvecchi, 2010) l’inchiesta della prima cronista sul posto la mattina del 2 novembre 1975, Lucia Visca; “Io so…come hanno ucciso Pasolini” (Vertigo Edizioni, 2011) di Pino Pelosi, con il ghost-writing del regista Federico Bruno e l’avvocato Alessandro Olivieri; “Il Patto” (2011) un audio-documentario sulla riapertura delle indagini, del documentarista Roman Herzog, “Nessuna Pietà per Pasolini” (Editori Internazionali Riuniti, 2011) del giornalista Valter Rizzo, l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini.

Sono i più recenti contributi dati in stampa che affrontano quella dinamica a forma di matassa che ha avvolto la morte di Pasolini; una matassa che continua a riavvolgersi ogni giorno, ogni anno e a ogni anniversario della morte dell’intellettuale scippato all’Italia  ormai 36 anni fa.

Ore 7.00 del 2 novembre 1975: inizia tutto da lì l’assalto mediatico. Una telefonata del brigadiere di Ostia avverte la cronista che si occupava del litorale romano per Paese Sera, Lucia Visca:<<Abbiamo un morto all’idroscalo. Interessa?>>. È la prima giovane penna  che deve marcare stretto il commissariato di zona e fare da spalla alle firme più importanti, a raccontare in un pamphlet/inchiesta quelle prime ore dove già tutti i misteri erano accaduti. Fino al 3 novembre 1975 ore 8.35 in cui il quotidiano riporta i fatti della notte prima ma senza la sua firma: come l’iter scandito di allora voleva, la gavetta prima e sempre. Visca come tutti sta ancora attendendo le risposte sul movente che ha mosso quelle mani sul corpo di Pasolini.

Il libro di Pelosi, presentato a Roma il 28 ottobre scorso dove fu protagonista un’incursione particolare, quella del fotografo di Pasolini, Dino Pedriali: affermazioni per chiarire, fare distinguo e riuscire ad avere una piccola parte in questa storia affollata di personaggi. Il libro, dicevamo, è l’ultima confessione sempre scevra dell’ultima vera verità, come lo stesso autore e protagonista di quella notte di sangue, Pino Pelosi,  scrive nella premessa:<< Mentre leggete, cercate anche di intuire il non detto, quello che ancora oggi non si può rivelare.>> Pelosi rivela alcuni fatti che, per chi segue questa storia da un po’ di tempo e a a vario titolo, sono spesso dati per scontati perché a volte presenti negli atti processuali acquisiti negli anni; oppure perché già rivelate prima ma senza il crisma della confessione, magari a mezza bocca oppure riferite da altri “che sanno”.

Il patto

Poi l’audio-documentario di Roman Herzog “Il Patto”, che riapre la questione dal punto di vista giudiziario e col solo ausilio delle voci (da quella di PPP, Alberto Moravia, Ettore Scola o persino i ragazzi dell’Idroscalo e del cugino di Pasolini Guido Mazzon, il cui legale Stefano Maccioni, oltre ad essere il co-autore del libro citato prima è anche stato il fautore, insieme a Simona Ruffini, della riapertura delle indagini nel 2010 su richiesta depositata nel 2009.) Il documento parte dalla dichiarazione del senatore Marcello Dell’Utri (PDL). La dichiarazione viene ripresa su molti quotidiani:<<Ho incontrato una persona che non conoscevo in una pubblica manifestazione; mi si è avvicinato mostrandomi una cartelletta in cui c’era dentro un capitolo di “Petrolio” e chiedendomi se fossi interessato. L’ho aperta e ho visto una serie di fogli in carta velina battuti a macchina con correzioni a penna: “Lampi su Eni” era il titolo; poiché volevo leggerlo lo invitai a passare nella mia biblioteca il giorno dopo ma lui non è più passato>>. Il racconto sulla riapertura delle indagini prosegue con l’intervento di Walter Veltroni e la risposta sul Corriere dell’ex Ministro della Giustizia Angelino Alfano. Una lettura questa un pò riduttiva sull’input che ha dato il LA alla riapertura delle indagini, visto che quello vero fu dato da Maccioni e Ruffini; il punto è che effetto mediatico e verità dei fatti spesso si sovrappongono e mescolandosi danno soluzioni diverse.

Tuttavia il documentario è molto interessante per i contributi dei vari protagonisti che si avvicendano: giornalisti, avvocati, intellettuali. Tutte testimonianze significative del tempo e dei tempi trascorsi senza le quali è difficile districarsi per capire l’intera vicenda: anche quando queste testimonianze non raccontano il vero, o raccontano solo il verosimile o quello che credono di sapere.

“Il Patto” pone la questione, documentata, sul motivo che ha spinto Dell’Utri a fare quella dichiarazione, le cui conseguenze  hanno visto l’ultimo atto proprio in questi giorni, quando il procuratore Antonio Ingroia ha chiamato in Procura il senatore per capire meglio questo aneddoto, in riferimento alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel 1970. Com’è noto, infatti, questa scomparsa viene collegata a quella dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei e a quella di P.P. Pasolini. Lo hanno dimostrato in un’inchiesta giornalistica Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (“Profondo nero”, Chiarelettere 2008) e l’hanno presa in seria considerazione in primis il procuratore di Parma Vincenzo Calia e appunto Antonio Ingroia: in particolare su quanto emerso con riferimento al manoscritto “Petrolio” e al libro “Questo è Cefis” di Giorgio Steimetz; ovvero la tesi secondo la quale lo scrittore ucciso sarebbe venuto a conoscenza dei mandanti dell’omicidio Mattei indicandoli nel proprio romanzo “Petrolio”.

profondo nero

“Nessuna Pietà…” di Rizzo, Maccioni e Ruffini contiene due punti essenziali nella storiografia delle piste che vogliono spiegare quel delitto efferato, compiuto in un momento di compromesso storico imminente poi sfumato tra PCI e DC, in un momento in cui le contrapposizioni violente fra“rossi” e “neri” e gli interessi economici alla base di tutto non accettavano le domande di chi voleva capire e per questo indagava anche indietro nel tempo, come Pasolini.  Innanzitutto la pista “Catania” più volte anch’essa suggerita nel corso del tempo. La pista siciliana  viene accennata nel Prologo con già 4 protagonisti e a distanza di 10 anni dalla morte del regista: tre giovani e un letterato su un espresso che da Catania portava verso Roma. Una pista che viene ripresa in un capitolo  nel quale l’identità del letterato non viene rivelata per richiesta dello stesso; una conversazione raccolta dal giornalista di Chi l’ha visto Valter Rizzo, che filmò anche l’intervista a Pelosi andata in onda nella trasmissione nel 2009. L’uomo racconta della Catania vista da Pasolini che utilizzava come rifugio dagli “amici romani” (anche, a suo dire, da Laura Betti attrice e cantante italiana molto vicina a Pasolini e dalla quale difficilmente però lo scrittore si voleva separare; la stessa che ha passato gli ultimi anni della sua vita a prendersi cura del Fondo istituito per il suo amico e collega). A Catania, rivela l’uomo, Pasolini  cercava storie e volti per i suoi film, indagava a livello sociologico sui ragazzi prestati al fascismo imperante di quegli anni. Una Catania in cui Pasolini sembrerebbe aver vissuto un’altra delle sue vite. L’uomo parla delle contraddizioni e dei lati oscuri del poeta per averlo conosciuto in ambito universitario, appunto 30 anni prima, e del suo rapporto irrisolto con l’omosessualità. Tuttavia, negli anni di cui si parla nel libro questo rapporto che, secondo l’uomo, Pasolini cercava di espiare tramite il pagamento delle prestazioni, Pier Paolo lo aveva già risolto, come si evince dalle lettere pubblicate dal biografo e cugino Nico Naldini (“Vita attraverso le Lettere” Einaudi 1993) e scritte tra il 1955 e il 1975 poco prima di morire: “La mia omosessualità non è più un Altro dentro di me” – Lettera a Franco Farolfi, 1948; “come la libidine, anche la purezza è inesauribile: si ricostituisce dentro per conto suo” – aprile 1954; infine più esplicita già prima nel 1950 a Silvana Mauri: ”non m’è ne mi sarà sempre possibile parlare con pudore di me; e mi sarà invece necessario spesso mettermi alla gogna, perché non voglio più ingannare nessuno”. Dunque, lo spartiacque era avvenuto già durante il passaggio letterario e geografico fra il mondo friulano e quello romano della borgata dove Pasolini esprimeva la sua omessualità ormai senza più “pudore”.  Certo i movimenti dei marchettari catanesi utilizzati come picchiatori e che si spostavano da Catania verso Roma va verificato e collegato con la morte di Pasolini se si vuole inserire questa vicenda con quella di Enrico Mattei. Certo l’aereo è partito da Catania e lì verosimilmente sabotato. Ma Pasolini è stato ucciso a Roma sul litorale laziale e il territorio, soprattutto in quegli anni ha un significato e una simbologia determinanti. L’altro punto riguarda il verbale “scomparso” o “dimenticato”: quel verbale in cui il ristoratore Panzironi nel riferire agli inquirenti della cena consumata al Biondo Tevere, fa un identikit della persona che accompagnava lo scrittore diversa da quella di Pelosi. Capelli lunghi biondi invece di ricci e scuri (Pelosi) e subito dopo, in modo contraddittorio, conferma invece l’identità riferita al Pelosi. Un verbale di istruzione sommaria non sconosciuto, già diffuso attraverso un libro di autori vari con la prefazione di Giorgio Galli: “Omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo” (Kaos, 1992) un estratto di atti processuali ripresi dalle inchieste fino alla sentenza della corte di cassazione. Tra i verbali molte le cose rimaste senza approfondimenti veri, dunque, questo verbale rimane un’incongruenza tra tante, seppure gli spunti si rivelano interessanti e la costruzione della vicenda tutta contribuisce a fare chiarezza su alcuni aspetti.

KAOS PASOLINI

È doveroso citare tra gli scritti che vogliono riportare l’intellettuale alla memoria collettiva soprattutto dei ragazzi il libro di Fulvio AbbatePier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi” (Dalai Editore, 2011). Un testo a metà tra il racconto biografico e i pezzi amarcord che rivelano più di qualsiasi opinione  il peso culturale e umano rappresentato da Pasolini.

abbate

Resta forse difficile districarsi ma allo stesso tempo il contributo di tutti è rivelatore dell’importanza che questa vicenda ha nella storia del nostro paese e insieme può fungere da ausilio tecnico e  culturale alle indagini in corso per la prima volta rimaste aperte e non seppellite di fretta.

“Pier Paolo Pasolini – Una Morte Violenta”, (Castelvecchi, 2010) l’inchiesta della prima cronista sul posto la mattina del 2 novembre 1975, Lucia Visca; “Io so…come hanno ucciso Pasolini” (Vertigo Edizioni, 2011) di Pino Pelosi, con il ghost-writing del regista Federico Bruno e l’avvocato Alessandro Olivieri; “Il Patto” (2011) un audio-documentario sulla riapertura delle indagini, del documentarista Roman Herzog, “Nessuna Pietà per Pasolini” (Editori Internazionali Riuniti, 2011) del giornalista Valter Rizzo, l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini.
 Sono i più recenti contributi dati in stampa che affrontano quella dinamica a forma di matassa che ha avvolto la morte di Pasolini; una matassa che continua a riavvolgersi ogni giorno, ogni anno e a ogni anniversario della morte dell’intellettuale scippato all’Italia ormai 36 anni fa.
 Ore 7.00 del 2 novembre 1975: inizia tutto da lì l’assalto mediatico. Una telefonata del brigadiere di Ostia avverte la cronista che si occupava del litorale romano per Paese Sera, Lucia Visca:< Abbiamo un morto all’Idroscalo. Interessa?>. È la prima giovane penna che deve marcare stretto il commissariato di zona e fare da spalla alle firme più importanti, a raccontare in un pamphlet/inchiesta quelle prime ore dove già tutti i misteri erano accaduti.
Fino al 3 novembre 1975 ore 8.35 in cui il quotidiano riporta i fatti della notte prima ma senza la sua firma: come l’iter scandito di allora voleva, la gavetta prima e sempre. Visca come tutti sta ancora attendendo le risposte sul movente che ha mosso quelle mani sul corpo di Pasolini.
 Il libro di Pelosi, presentato a Roma il 28 ottobre scorso dove fu protagonista un’incursione particolare, quella del fotografo di Pasolini, Dino Pedriali: affermazioni per chiarire, fare distinguo e riuscire ad avere una piccola parte in questa storia affollata di personaggi. Il libro, dicevamo, è l’ultima confessione sempre scevra dell’ultima vera verità, come lo stesso autore e protagonista di quella notte di sangue, Pino Pelosi, scrive nella premessa: Pelosi rivela alcuni fatti che, per chi segue questa storia da un po’ di tempo e a a vario titolo, sono spesso dati per scontati perché a volte presenti negli atti processuali acquisiti negli anni; oppure perché già rivelate prima ma senza il crisma della confessione, magari a mezza bocca oppure riferite da altri “che sanno”.

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